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FATIH AKIN




Arriva dalla Germania una commedia musicale, piena di cibo, di belle donne, di energia, di gag e con la spruzzata di esotismo di un mix di culture. Ai fornelli, o alla consolle, per “Soul Kitchen” uno dei talenti migliori del cinema europeo, Fatih Akin, turco tedesco, noto per “La sposa turca” e “Ai confini del paradiso”.

Una storia di fratelli greci emigrati ad Amburgo che gestiscono e cercano di rilanciare un ristorante. Gli attori, cominciando dai protagonisti Adam Bousdoukos e Moritz Bleibtreu, a Birol Unel (quello de “La sposa turca”) e le ragazze Pheline Roggan e Anna Bederke, sono perfetti e le musiche trascinanti. Si ride e si piange e si esce tutti meglio disposti verso la vita.

Il film ha fatto innamorare quasi tutti all’ultima Mostra di Venezia, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria.

Abbiamo incontrato il regista in quell’occasione.

 

Akin, questo film è molto diverso dai suoi ultimi che l’hanno fatta conoscere al pubblico.

“E’ il mio film più difficile, perché è più difficile mettere umorismo in una sceneggiatura che fare un dramma. E volevo scrivere una sceneggiatura con una struttura tradizionale, ma è più difficile rispettare le convenzioni che non rispettarle”.

 

Come è nata l’idea?

“Qualche anno fa un mio amico e socio fu lasciato dalla fidanzata e fu un dramma per tutti noi. Ispirandomi a quello scrissi una sceneggiatura in soli cinque giorni. L'ho ripresa e modificata più volte negli anni. Con Adam, la cui famiglia aveva un ristorante, abbiamo deciso di farlo diventare greco dandogli un nome come Zinos che è poco diffuso”.

 

Quanto il film era scritto e quanto avete improvvisato?

“E’ una miscela di cose. Molte cose erano scritte, soprattutto per gli attori che avevo scelto fin da subito. Del resto Adam ha scritto la sceneggiatura con me. I due protagonisti fin da subito sono stati fratelli e si somigliano. Anna Bederke, che interpreta la cameriera Lucia, nella realtà studia regia e lavora in un bar. Ha talento e ho scritto la parte su di lei. Anche Pheline Roggan, che fa la fidanzata del protagonista, la conoscevo già e l’ho scelta perché rappresenta bene la tipica ragazza di Amburgo. Mentre Birol Unel ha ampliato il personaggio del cuoco che all’inizio non doveva essere così presente. Durante le prove leggeva Rimbaud e continuava a citarlo, soprattutto riguardo allo svendere le cose. Così ho pensato alla svendita attraverso il cibo. Il cuoco è un Don Chisciotte che vuole cambiare il mondo e ce la fa”.

 

E Bousdoukos?

“E’ l’uomo più forte che conosco! Porta il mondo in spalla, riesce a fare mille cose, mi chiedo come faccia… A me piacciono tutti gli attori con cui lavoro. Se non mi innamoro di loro non riesco a lavorarci, neanche se hanno talento”

 

Come mai è passato così repentinamente dal dramma alla commedia?

“Dopo aver fatto “Sull’altro lato” non sapevo bene che fare. Ero schiavo del successo e non volevo fare commedie. Però era appena morto un mio amico produttore che voleva tanto che facessi questo film. Ho impiegato un po’ a elaborare il lutto. Poi ho riflettuto che la morte fa parte della vita e anche il ridere. Così mi sono deciso. In più mi piace fare cose nuove, sperimentare. Preferisco fallire ma sperimentare rispetto al continuare a ripetermi perché così posso imparare”.

 

A che comicità si è ispirato?

“Ho anch’io lo stesso humor, molto fisico dei personaggi. E poi mi sono chiesto che cosa è comico secondo me, coma mi fa ridere. Mi sono risposto Jim Jarmusch, Adriano Celentano, Billy Wilder, Buster Keaton, Charlie Chaplin. Mi sono ispirato a loro. Non credo sia imitare ma adattare. E sono molto contento che in Germania il film esca il giorno di Natale, perché mi ricorda anche il giorno della morte di Chaplin”

 

Al centro del film c’è il cibo. Come ha scelto i piatti?

“All’inizio il locale fa tutti cibi tedeschi. Poi è stato difficile decidere cosa fargli cucinare. Ho letto dei libri, mi sono preparato. Però, anche se il ristorante è greco, ci sono dei piatti turchi perché Birol ha voluto prepararli a tutti i costi. Sono un pessimo cuoco, metto troppo sale e spesso dimentico il pomodoro. Però mi piace il cibo italiano”.

 

È anche un film molto musicale. Che musica le piace? Ha pensato alla canzone dei Doors per il titolo?

“Mi piacciono tutti i generi musicali, sono molto aperto. Mi sono sempre identificato con la musica afroamericana, una tipica cosa da emigrante. Così ho scelto il soul. Volevo la canzone dei Doors ma costava troppo! Volevo anche una canzone di Prince ma anche là è tutta una questione di soldi. Ho preso brani della scena di Amburgo, come se fosse la colona sonora della città e poi la musica sostiene i dialoghi. Inoltre Amburgo è il miglior posto per ascoltare la musica soul dopo il nord America. Sul set ascoltavo musica in cuffia mentre filmavo e questo mi ha aiutato. Raccontano che anche Sergio Leone facesse lo stesso. Mi piace anche filmare le scene di danza e per questo ne ho messe parecchie. Mi piace osservare la gente danzare, è molto sensuale. Mi avevano proposto la regia di un’opera ed ero stato tentato proprio per la mia passione per la danza, ma senza la macchina da presa mi sentirei nudo e ho rinunciato. Mi hanno pure proposto un film sulla strage di ndrangheta a Duisburg a Ferragosto 2007 ma ho detto no: troppa violenza”.

 

È diventato famoso parlando dei turchi in Germania. Farà ancora film su di loro?

“Per ora non voglio raccontare dei turchi in Germania. Forse tornerò a questo tema in futuro ma ora no. La mia città è Amburgo, è là che c’è il mio dottore, anche se viaggio molto e ho girato molto in Turchia. A pensarci, l’unico mio film interamente ad Amburgo fu il mio primo. Mi sento molto responsabile per la Turchia, la amo, ho molti parenti là, ma devo essere realista  e pensare a dove vivo, dove pago le tasse. Il luogo dove sono nato è diverso da quello in cui sono nati i miei genitori, anche se la cultura turca mi ha salvato in alcuni momenti, me la porto dentro e mi tengo le cose positive che ha”.

 

Ora che farà?

“Se la crisi economica continua faccio un’altra commedia, se no torno ai drammi!”.

 

Di questa crisi cosa pensa?

“La penso come Obama: change, change, change. Ci sono da cambiare molte cose e si possono cambiare. La Germania ha resistito abbastanza bene alla crisi, meglio degli Usa o della Gran Bretagna. Ha resistito anche troppo bene e non è necessariamente positivo, perché in ogni crisi ci sono delle occasioni per cambiare e migliorare”.

 

Come vede il cinema tedesco oggi?

“La scena tedesca è buona, ogni tanto esce qualche sorpresa. C’è una ricchezza di giovani cineasti e questa è un’opportunità. c’è il sostegno dello stato, dei Land e delle tv. Ed è buono che sempre più registi riflettano su quello che accade o è accaduto nel nostro paese e non copino soltanto il cinema americano. Di solito le grandi crisi sono buone per il cinema e danno bei risultati. Anch’io come regista mi sento giovane e spero di avere ancora una lunga carriera”.

 

E il cinema italiano? Ha visto “Gomorra”?

”Gomorra” è molto buono e molto nuovo. Wow! Mi ha impressionato. Spero che Garrone continui a fare film così”.

 

Per finire, il trattamento un po’ duro alla schiena che si vede nel film funziona davvero?

“E’ un vecchio metodo turco che ho provato anch’io quando ho avuto problemi a dischi e sono stato meglio”.

 

(Nicola Falcinella) 


   
 
   
 
 

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