Uomo di cinema defilato e discreto, maestro nei dialoghi all’apparenza banali, pittore dei sentimenti e delle vicende d’amore, capace di raccontare i primi tormenti degli adolescenti o le crisi o i cambiamenti delle persone di mezz’età. Capace di forti critiche di costume, alfiere di un cinema morale. Colto e curioso, tanto da cimentarsi a 80 anni con l’elettronica e gli effetti digitali ne “La nobildonna e il duca”. Era Eric Rohmer (all’anagrafe Jean-Marie Maurice Schérer), critico divenuto regista, cineasta fra i protagonisti della nouvelle vague negli anni ‘60, ma fino agli ultimi lavori capace di raccontare l’oggi, esplorare la storia in maniera originale (“Agente speciale - Triple Agent” del 2004) utilizzando le tecnologie nuove o di trovare una leggerezza estrema con un apologo bucolico pieno di grazia (“Gli amori di Astrée e Celadon” del 2007). È morto a Parigi l’11 gennaio all’età di 89 anni, avrebbe compiuto i 90 il 4 aprile.
Cattolico, ambientalista nel comportamento più che nelle dichiarazioni, restio alle interviste, lontano da gossip e ribalta, era il meno celebrato della generazione della “nouvelle vague”. Aveva schiere di ammiratori che apprezzavano i suoi toni e il suo tocco di semplice magia nel cogliere ogni piccola piega dell’animo. Ma anche detrattori o critici che enfatizzavano le piccole incertezze e ripetizioni per equipararlo alla noia.
Gene Hackman in “Bersaglio di notte (Night Moves)” di Arthur Penn usò una battuta fulminante che viene spesso utilizzata per segnare un certo tipo di cinema francese verboso e sentimentale, ovvero tutti quelli che avrebbero voluto essere Rohmer e non lo erano. Diceva: “Ho visto un film di Rohmer, una volta. È stato come guardare un dipinto asciugare”. Come tutte le battute fulminanti, coglieva solo parte delle caratteristiche dell’oggetto in esame.
Nato a Nancy, Rohmer fu giovanissimo insegnante di letteratura e giornalista, nel ’46 pubblicò (con lo pseudonimo di Gilbert Cordier) il romanzo Elizabeth” e poi cominciò a frequentare la Cinèmatéque fondata da Henry Langlois e poi il ciné-club del Quartiere latino. Conobbe Claude Chabrol, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette e Francois Truffaut con i quali nel ‘50 fonda La Gazzette du cinèma. Nello stesso anno gira il primo cortometraggio, “Journal d'un scélérat”. Assunto il nome d’arte (che univa il regista Erich von Stroheim e lo scrittore Sax Rohmer), si unì nel ’51 ad André Bazin ai “Cahiers du cinema” che stavano diventando il “libretto rosso” dell’imminente rivoluzione nel cinema. Del gruppo era il più vecchio, il primo a essere passato alla regia e quello che, con il libro “Hitchcock, i primi 44 film”, consacrò il regista di “Psycho” come autore tout court prima della celebre intervista di Truffaut. Il suo lungometraggio d’esordio, “Il segno del leone” (1959), racconta di un americano a Parigi che pensa di aver ereditato una fortuna ma scopre che non è vero e si aggira solo e squattrinato. Il film si fa notare perché impietoso - e per il ritratto in controtendenza di una Parigi sporca e ostile - e subito dichiara l’ironia del regista, la sottolineatura del caso e le influenze filosofiche. Un po’ in ombra rispetto ai fuochi d’artificio di quegli anni degli amici Godard, Truffaut, Chabrol e degli altri, Rohmer si contraddistingue per la divisione tematica dei film in gruppi di tre o quattro: “racconti morali”, “commedie e proverbi” fino a “le stagioni”. Deve aspettare il 1969 (aveva girato altri film, tra i quali “La collezionista”) per il pieno riconoscimento con il capolavoro “La mia notte con Maud” con Jean-Louis Trintignan e Marie Christine Barrault che riceve due candidature all’Oscar. Alla vigilia di dichiararsi all’amata Francoise, il protagonista ricorda la notte passata con la bella divorziata Maud. Insieme a un amico i due parlano di vita, fede e filosofia - celebre il dialogo su Pascal – e rimasti soli l’uomo è alle prese con la tentazione che mette in dubbio le sue convinzioni. Oltre alle parole e le emozioni, Rohmer si fa apprezzare per la sua regia precisa che passa inosservata e valorizza gli attori e i dialoghi. I “racconti morali” si completano con “Il ginocchio di Claire” (1970) e “L'Amore il pomeriggio” (1972), ironico e spietato verso il mondo piccolo borghese.
La metà degli anni ’70 segna due rari adattamenti letterari. “La Marchesa von...” (1976) dal racconto storico di von Kleist. Un film pittorico e sensuale sui sentimenti ingabbiati dalle rigide regole sociali. Lo straniante e raffinato “Perceval” (1978) è tratto da un racconto medievale di Chrétien de Troyes sui cavalieri della tavola rotonda. Protagonista è Fabrice Luchini, scoperto da Rohmer.
Gli anni ’80, segnati dalle scanzonate “Comédies et proverbes”, sono un periodo felice, ispirato, leggero e con tanti riconoscimenti per la carriera del regista.
Ne “La moglie dell'aviatore” (1980) uno studente pedina, insieme a una ragazza incontrata per caso, l'amante della sua fidanzata e scopre che sta ingannando sé stesso. “Il bel matrimonio” (1982), con Béatrice Romand e Arielle Dombasle, è incentrato su una passione non condivisa. Singolarità della pellicola è che Rohmer non inquadra mai chi parla durante i dialoghi, ma gli interlocutori, usa sempre i cosiddetti “piani d’ascolto”. Orso d'argento al festival di Berlino è “Pauline alla spiaggia” (1983), deliziosa commedia di educazione sentimentale ambientata in un fine estate al mare. Sulla spiaggia di Biarritz si torna, dopo il ritratto generazionale “Le notti di luna piena” (1984), con “Il raggio verde” (1986) con Marie Rivière e Romand, Leone d'oro a Venezia. Un film leggero e delizioso che respira molto dell’improvvisazione con il quale fu realizzato, ispirato al romanzo di Jules Verne sul fenomeno di rifrazione della luce che pare portare bene ai sentimenti. Poi il tourbillon amoroso sotto l’insegna della casualità delle cose “L'amico della mia amica” (1987) e “Reinette e Mirabelle” (1987) ancora con la coppia Romand e Riviere, l’amicizia raccontata tra una giovane pittrice di campagna e una parigina scafata. Rohmer, legato ai suoi attori pur senza formare sodalizi esclusivi (spesso valorizza interpreti sconosciuti ma bravissimi), richiama Luchini per fargli interpretare “L’albero, il sindaco, la mediateca” (1993), vicenda ironica di un sindaco che vuol tagliare un vecchio albero contro il parere dei cittadini.
Siamo già nel periodo delle “quattro stagioni”. Del 1990 è “Racconto di primavera”: quattro personaggi, quattro case, l’incertezza dei sentimenti e la musica di Schumann e Beethoven. Un amore estivo lascia incinta Félicie in “Racconto d'inverno” (1991), anche qui il caso è beffardo perché la ragazza aveva dato al giovane un indirizzo sbagliato e non può più contattarlo. Il mare è una delle sue ambientazioni preferite, insieme alla Parigi più defilata (ma non meno imponente, basti pensare a “L’amico della mia amica”) e ai parchi, giardini e corsi d’acqua, e ritorna in “Racconto d'estate” (1996). Melvil Poupaud è un don Giovanni diviso fra tre donne che sceglie la fuga. Il più riuscito del decennio è però forse “Racconto d'autunno” (1998). La libraia Isabelle (Rivière) vuole trovare un uomo all’amica vedova Magali (Romand), che prima si arrabbia e poi sta al gioco. I vigneti della valle del Rodano e i colori dell’autunno contribuiscono ad arricchire una storia lieve e profonda sulla maturità delle relazioni.
Nel mezzo c’erano stati il film a episodi “Incontri a Parigi” (1995) e “Un ragazzo...tre ragazze” (1996).
Si occupa di storia, rarefacendo le sue fatiche alla soglia degli 80 anni, con “La nobildonna e il duca”, presentato alla Mostra di Venezia 2001 dove gli venne consegnato il Leone alla carriera. La Rivoluzione francese nello sguardo di un’aristocratica in un film molto curato e con effetti digitali per la ricostruzione degli ambienti all’avanguardia per l’epoca.
In “Agente segreto” (2004) riesce nell’impresa di racchiudere tutti gli anni ’20, ’30 e la guerra mondiale dentro i dialoghi di una coppia. Tanti livelli di lettura in un film superficialmente lineare con tante pieghe che nascondono riflessioni sull’arte, il mestiere della spia, l’esilio, il comunismo e il nazismo. Era possibile, nell’Europa di metà anni ’30, una destra insieme anticomunista e antinazista? Rohmer, che si immedesima con la protagonista (una giovane greca a Parigi con il marito russo che ha combattuto i sovietici), risponde di sì, anche se la Storia seguì un’altra direzione. La vicenda ha i caratteri del thriller politico – psicologico, è naturalmente molto parlata e mai oziosa.
Il congedo dal cinema è con la bellissima fiaba d’amore bucolico adolescenziale “Gli amori di Astrée e Celadon” del 2007 con Cecile Cassel. Il romanzo pastorale di Honoré d'Urfé ambientato nel V secolo diventa il leggiadro spunto per il cineasta, che usa tutta la grazia e la leggerezza per fare ancora sperare che la bellezza ci possa salvare.
(Nicola Falcinella)