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THE AVATAR EXPERIENCE


Articolo di Andrea Iannone

 

 

Ogni decade ha la sua “film experience”. Quel film che “va visto al cinema”, che tutti (o quasi) vedranno, per il quale la gente tornerà e ritornerà nelle sale. Come quella ragazza che Titanic se l’era visto quarantacinque volte. Nel 1968, era sicuramente il caso di 2001: Odissea nello Spazio e, circa dieci anni dopo, del primo Star Wars. Le “experience”, quando non sono relative ai film “proibiti” come L’Esorcista o Ultimo Tango a Parigi, sono quasi sempre legate a opere spettacolari, a mondi immaginari presentati in tutta la loro grandiosità. Come la saga fantasy più famosa di tutti i tempi, Il Signore degli Anelli, portata sullo schermo per la prima volta nel 2001 dal regista neozelandese Peter Jackson. Ogni volta che uno dei film della trilogia usciva al cinema, essere trasportati nella Terra di Mezzo era entusiasmante e rimane un ricordo indelebile. Gollum e il suo “tesssssoro” sono diventati un culto planetario.

 

All’inizio del 2010 arriva in Italia (con un mese di ritardo rispetto al resto del mondo) il film di cui troppe persone parlano da troppo tempo. Con un’aspettativa enorme dovuta alla campagna marketing, costata circa 200 milioni di dollari alla Fox, alimentata ogni volta che una clip o un trailer venivano proiettati nelle più svariate occasioni (dalla Comic-Con di San Diego all’Avatar Day mondiale del 21 agosto scorso), è giunta l’ora di assistere a questa “rivoluzione cinematografica”. Intitolata Avatar. Regista: James Cameron, quello di Titanic che quella ragazza s’è visto quarantacinque volte. A quanto ci vien detto, questo è il progetto della vita. Il primo trattamento della sceneggiatura risale al 1995, anno in cui non esisteva la tecnologia adeguata per portarla sullo schermo. Dopo aver disintegrato tutti i record d’incassi precedenti e aver stravinto agli Oscar del 1998 con Titanic, Cameron si è impegnato a sviluppare ciò che era necessario alla sua visione. Che ha curato egli stesso fin nei minimi dettagli. Oltre alla regia, non è solo l’autore della sceneggiatura e, accanto ad altri due, del montaggio, ma è anche l’ideatore, insieme con una squadra di agguerriti “conceptual artists”, del design futuristico, dell’ambiente del pianeta alieno e degli usi e costumi della popolazione locale.

 

“Avatar”, infatti, si svolge nel lontano futuro sulla luna di Pandora, distante 4,4 anni luce dall’ormai morente Terra. Un’avida compagnia mineraria, sotto la protezione dell’esercito degli Stati Uniti, è alla ricerca di un raro minerale che lì si trova in abbondanza. Un ostacolo è rappresentato dagli indigeni, i Na’vi, creature antropomorfe alte circa tre metri, con tanto di coda e pelle blu, che non vogliono la devastazione del loro pianeta. Prima di passare alle maniere forti per spazzarli via, un gruppo di scienziati tenta una soluzione diplomatica tramite gli avatar. Prodotti in vitro incrociando DNA Na’vi con DNA umano, gli avatar fisicamente somigliano agli alieni ma sono comandati a distanza dagli esseri umani. Il marine paraplegico Jake Sully, gemello di uno degli scienziati tragicamente ucciso, è inviato su Pandora per guidare l’avatar destinato al fratello. Con il nuovo corpo, scopre l’universo dei Na’vi e passerà dalla loro parte per proteggere il pianeta dall’invasione umana.

 

Definita una favola ecologista e anti-militarista, il film dei record doveva cercare di mettere d’accordo tutti, dai maschi adolescenti agli intellettuali liberal. La violenza non è spinta quanto nei precedenti Aliens o True Lies, altrimenti un rating PG-13 non si sarebbe ottenuto. Una storia d’amore e guerra, un po’ Balla coi Lupi un po’ Pocahontas, in cui la mano di Cameron si sente soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili macho. Neytiri, la principessa Na’vi di cui Jake s’innamora, è dura quanto la Sarah Connor di Terminator. Molte le citazioni dei film precedenti del regista (il robot-armatura degli umani ricorda il montacarichi di Aliens) o di colleghi (i computer nella sala controllo assomigliano a quelli di Minority Report). Come ha detto George Lucas: “Creare un universo è frustrante, ma sono contento che James lo stia facendo. Ci sono solo poche persone al mondo abbastanza folli da farlo.” Il signor Lucas l’ha fatto con Star Wars, ora Jim C. l’ha fatto con Avatar. Con un sequel già annunciato e il merchandising in vendita, l’ultimo lavoro di Cameron ha guadagnato in due settimane un miliardo di dollari, il doppio del budget. Che è il più alto di sempre. Jim sarà l’uomo da battere agli Academy Awards, dove non sempre vince il film più bello, ma quello che conta di più. Robert Ebert, uno dei critici cinematografici più famosi d’America, ha detto: “Avatar non è il miglior film dell’anno, ma è sicuramente il più importante.”

 

Dopo l’introduzione del suono e del colore, si dice che Avatar sia il prossimo passo in avanti per la tecnica filmica. Agli occhi del pubblico, Cameron si è nominato paladino del 3-d. Da molto si parla della portata rivoluzionaria delle nuove macchine stereoscopiche e quest’opera sembra aver dato all’industria la spinta decisiva per favorire questa nuova tecnologia. I prossimi grandi eventi sportivi saranno ripresi e visionabili in 3-d e la Panasonic immetterà a breve nel mercato una telecamera stereoscopica per il costo di $21.000 dollari, accessibile a società medio-piccole. L’introduzione del 3-d ha avuto il vantaggio di aumentare gli incassi delle sale da anni in crisi. Nel 2009 hanno per la prima volta superato quelli dell’home video. Le aziende del settore gongolano per le potenziali applicazioni. Si vocifera di console di videogiochi e televisori 3-d, un business ghiottissimo.

 

Avatar è il primo blockbuster a essere girato con le telecamere ad alta definizione in 3-d. La stereoscopia ha compiuto grandi passi in avanti rispetto agli anni ‘50, l’ultima volta che fu applicata in larga misura per strappare  la  gente da davanti alla tv e riportarla al cinema. E’ stata introdotta circa un anno fa su scala commerciale per film d’animazione come L’Era Glaciale 3 o horror come S. Valentino di Sangue. Con questi titoli, l’effetto divertiva quando arrivavano dallo schermo schizzi di sangue o starnuti, anche se a volte provocava mal di testa o nausea. Però queste pellicole erano pensate come film “vecchio stile”, in 2 dimensioni. L’effetto era solamente un’attrazione fieristica. Le immagini mancavano di un linguaggio appropriato per la profondità di campo di gran lunga maggiore rispetto a quella resa con i metodi “classici” di ripresa.

 

Il nuovo film di James Cameron, tuttavia, è stato pensato appositamente per questa tecnica. Il regista e la sua numerosissima crew hanno elaborato, oltre a effetti speciali pazzescamente fotorealistici, una coscienza dello spazio tridimensionale che andavano a gestire. Fin dalle prime immagini, non è il mondo di Pandora che viene buttato sullo spettatore, ma è lo spettatore che s’immerge in quel mondo. E resta incredulo.

 

Può non piacere la fantascienza, oppure la trama e i dialoghi di Avatar possono risultare banalotti (il che non è del tutto errato), ma l’impatto visivo dell’opera è straordinario. Incanta, questo mondo bioluminescente, dai colori acidi e allucinati, in cui tutti gli esseri viventi sono simbioticamente legati. I Na’vi, una trasposizione dei Nativi Americani con aggiunte di pensiero hippy e New Age, stregano. Motivo d’orgoglio per gli effettisti visivi, che con il “performance capture” hanno trasposto il 95% delle espressioni facciali degli attori sui volti degli extraterrestri.

 

Le immagini generate al computer indistinguibili dal “live action”, un taglio d’inquadrature leggermente più ampio, forse dovuto a un’utilizzo meno frequente di obiettivi a focale lunga, un montaggio meno rapido (anche se a volte la trama va al velocizzatore) sembrano essere i fattori che favoriscono il godimento dell’effetto tridimensionale. Solo ipotesi, avanzate dopo un’unica visione. Ciò che invece è emerso con forza è la cura nella realizzazione di questa terra fantasiosa. Creare mondi è sempre stato un compito della settima arte e Avatar lo rispetta in pieno. Mentre a molti la maniacale e perfezionistica ossessione con cui Cameron ha parlato del 3-d è sembrato un mero feticismo tecnologico, ha invece aiutato la riuscita complessiva del progetto che gestisce da quindici anni. La testardaggine con cui ha perseguito la sua visione è ammirevole. La sinestia quasi totale che si prova nell’assistere al film in sala toglie il respiro. I soldi del biglietto Avatar li vale tutti. Fidatevi, non è un brutto trip. Come ha detto lo stesso regista: “[Avatar] ti dà un senso di partecipazione, di coinvolgimento e d’immersione. Ti sentirai un testimone dell’evento. E questo renderà il viaggio ancora più vero.”


   
 
   
 
 

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