Entra nella sala, questo ometto bassino, classe 1933. Alle curiosità personali di Nanni Moretti risponde con classe e spirito, alternando francese, italiano e inglese. Un’intervista più sulla pratica che sulla teoria, più sui tecnicismi che l’estetica del suo cinema. Domande che spaziano dalla stesura di un soggetto fino all’uscita in sala dell’opera. Dai tempi della scuola di cinema di Lodz durante l’epoca prima stalinista e poi del successivo disgelo, passando per il suo esordio con "Il coltello nell’acqua" (1962), per giungere a Hollywood. Tra gli autori più discontinui sia per generi esplorati sia per l’effettiva qualità delle pellicole, la storia di Roman Polanski affascina e colpisce. Regista di capolavori come "Chinatown" (1973) e "Il Pianista" (2002) e di film piuttosto mediocri, tra cui "Pirati" (1986) e "Frantic" (1988), ha toccato tutti i generi. "Rosemary’s Baby" (1968) è diventato immediatamente un classico dell’horror. "Come attore John Cassavettes era bravo - ha risposto Polanski alla domanda di Moretti sul protagonista maschile del film - ma come regista i suoi film mi sono sempre sembrati amatoriali, fatti male." Un uomo con idee forti di cinema, che le espone senza peli sulla lingua. Idee assai opinabili, forse, ma necessarie per un artista.
Interessante anche la sua carriera d’attore: in quasi tutti i suoi film appare, anche solo in un cameo. Nell’opera di debutto, "Il coltello nell’acqua", voleva interpretare il personaggio del giovane, ma la produzione polacca glielo ha proibito; si è dovuto "accontentare" di una Nomination all’Oscar per Miglior Film Straniero, nell’anno di "8 e ½". "Sono onorato di aver gareggiato contro Federico; il suo film l’ho visto innumerevoli volte e meritava decisamente di vincere." Ha espresso poi le sue "condoglianze" per lo stato attuale del nostro cinema (escludendo il lì presente Moretti, ovviamente).
L’autore polacco ha parlato della sua collaborazione con i diversi sceneggiatori. Prima Jakub Goldberg, che per "Il coltello nell’acqua" ha dimostrato di avere un gran talento per la stesura della trama; poi Gerard Brach, con cui parlava e discuteva con molta tranquillità nelle piacevoli sessioni di scrittura; e infine Robert Towne, autore della sceneggiatura originale premio Oscar di "Chinatown". "Robert era bravissimo a scrivere i dialoghi, ma aveva un’enorme difficoltà nello strutturare l’intreccio: è molto lento!"
Ovviamente, non potevano mancare quesiti su "Il Pianista", vera e propria opera-fiume premiata con l’Oscar alla regia. Difficile esprimere tutto quel dolore in una sola pellicola senza scadere nel banale o addirittura nel melò. Ma Polanski ha orchestrato tutto alla perfezione, dalla scelta delle inquadrature al protagonista Adrien Brody, anch’egli vincitore di una statuetta. Nella storia del pianista nel ghetto di Varsavia sembra essere confluito tutto il male che il regista ha vissuto. Dalla morte della madre durante la Shoah, quando egli era ancora infante, a quella della moglie Sharon Tate, ferocemente uccisa, per finire con l’allontanamento forzato dagli USA. Eppure, sul palco Roman Polanski riesce a sorridere. Affascinante.