FESTIVAL DI CANNES 17 MAGGIO
Articolo di Nicola Falcinella
È una Le Havre fuori dal tempo, con le case dai colori pastello, i negozi di un tempo e i vecchi taxi, quella in cui Aki Kaurismaki ambienta il film omonimo. E ci sono i drammi dell’attualità, con gli africani che arrivano coraggiosamente in Europa in cerca di fortuna. Marcel Marx (André Wilms), l’eroe di questa favola contemporanea, si guadagna da vivere lustrando scarpe alla stazione. E il riferimento a “Sciuscià” di Vittorio De Sica è solo il primo esplicito omaggio di un cineasta che ama il cinema e vi ripone fiducia, anche per i miracoli. Ci sono i barboni e la tenerezza e i quartieri dove tutti ci si conosce di René Clair (in particolare “Il quartiere dei lillà”, con il cantante George Brassens che nascondeva un delinquente), i porti e la polizia di Marcel Carné, i ciliegi in fiore di Yazujiro Ozu. Marcel vive con la moglie Arletty (Kati Outinen), cui viene diagnosticato un tumore inguaribile. Al porto assiste però all’arrivo e alla scoperta di un container colmo di immigranti e alla fuga di un ragazzino, Idrissa. Lo ritroverà per caso e gli darà da mangiare e un tetto. Intanto il commissario impassibile ma dal cuore d’oro (un Jean-Pierre Darroussin perfetto) svolge indagini spinto dal superiore e dai titoli dei giornali che gridano al pericolo pubblico e al terrorista. E un misterioso vicino di casa (Jean-Pierre Léaud) denuncia il protagonista, che però è ostinato nel cercare in tutti i modi di coronare il sogno del ragazzo: raggiungere la madre a Londra.
Kaurismaki mischia con sapienza il realismo poetico anni ’30 e il surrealismo scandinavo, un racconto di Franz Kafka e tanta musica dal blues al rock - fino all’esibizione di Little Bob (Roberto Piazza, vero cantante di Le Havre) per raccogliere i soldi necessari al viaggio di Idrissa verso la Gran Bretagna. Tutte le facce sono perfette, e da citare c’è il vecchio Pierre Etaix nel ruolo del medico (impagabile il dialogo con Arletty malata: “ci sono speranze?” “restano i miracoli” “non ce ne sono mai stati nel mio quartiere”). E i nomi, mai casuali: il commissario si chiama Monet come il pittore, la moglie Arletty come l’attrice anni ‘30, il dottore Becker come il regista Jacques. E c’è il ritorno del cane di Kaurismaki, Laika (cane attore di quinta generazione), sempre al fianco del padrone. Un film che fa tanta nostalgia dei tempi che furono, dei pittoreschi negozi di vicinato, dove la fornaia o il fruttivendolo chiudevano un occhio per un credito arretrato o per un frutto rubato ed erano sempre pronti a solidarizzare con il clienti fedeli. Il regista inventa alla sua maniera un mondo che forse non c’è mai stato, ma lancia il messaggio chiaro che un po’ di buona disposizione verso gli altri, non importa se vicino di casa o se venuto da lontano. Non ci sono telefonini portatili, le intrusioni della modernità sono limitate al minimo, ma il lavoro di lustrascarpe è sempre meno necessario e l’unico passante affezionato al rito (si fa pulire pure le calzature perfette) è investito da un’automobile subito all’inizio. Le battute però si sprecano. “Sono l’albino della famiglia” dice Marcel al direttore del centro di detenzione per immigrati, cui fa credere di essere fratello del nonno di Idrissa. Autobiografico quando Marcel al negozio compra una bottiglia d’acqua per il ragazzo e tranquillizza la bottegaia sorpresa e quasi sgomenta dicendo: “non è per me”. Quanto alle gag mute, impagabile l’ananas regalato dal fruttivendolo al commissario per distoglierlo dalle indagini. E per una volta il regista in stato di grazia accantona l’usuale pessimismo per cavare dal cilindro un finale miracoloso.