CESARE DEVE MORIRE
Il carcere diventa un set cinematografico
Articolo di Nicola Falcinella
Il finale del “Giulio Cesare” di William Shakespeare concluso tra gli applausi. Sembra uno spettacolo di teatro normale, in una sala teatrale normale. Invece le immagini virano subito da un colore carico a un bianco e nero asciutto per andare all’origine dello spettacolo, all’inizio della messa in scena. Siamo nel carcere romano di Rebibbia, gli attori sono detenuti che si sottopongono ai provini per la tragedia. È “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani, il film che ha riportato in Italia l’Orso d’oro del Festival di Berlino vent’anni dopo “La casa del sorriso” di Marco Ferreri che vinse nel ’91. Una pellicola distribuita da Nanni Moretti con la sua Sacher.
I carcerati (che nella realtà frequentano da anni i laboratori di Fabio Cavalli e recitano negli spettacoli) si sottopongono ai provini. I registi chiedono loro semplicemente di presentarsi con diversi e toni e sentimenti. Per quasi tutti il breve test si trasforma in una dichiarazione di esistenza e di affermazione di sé. Dal testo di Shakespeare, adattato da ciascun interprete nel proprio dialetto, iniziano le prove. Una costruzione del dramma va di pari passo con lo sviluppo del film, con i carcerati (quasi tutti condannati a lunghe pene per criminalità organizzata, alcuni anche per omicidio) che si rivedono nelle vicende di potere e tradimento della tragedia. Il carcere diventa un set cinematografico, celle, corridoi e soffocanti cortili diventano il luogo ideale per adulare il potente di turno far maturare vendette e intrighi. Lì gli attori fanno vivere la violenza, la sopraffazione, il risentimento di Bruto, Cassio, Cesare e degli altri. E i detenuti rivivono in quelle parole e in quei gesti dinamiche a loro note, consuete, della minaccia, del rancore, della rivalità. In un paio di frangenti si esce dal testo shakespeariano e si passa alla vita reale dei carcerati, alle loro relazioni, alle loro esperienze e insofferenze reciproce. Sono i momenti più deboli del film, che sembrano meno veri delle parole del “Giulio Cesare” e recitate in modo meno convincente.
Per i registi toscani (Vittorio 82 anni e Paolo 80), già Palma d'oro a Cannes nel '77 con Padre padrone", autori de “La notte di San Lorenzo”, “I sovversivi” e “Allonsanfan”, un ritorno sulla scena con lavoro completamente nuovo e coraggioso all’interno della loro carriera. Fedeli al loro antinaturalismo, che in questo caso riesce dare il senso della realtà tra il bianco e nero e scelte visive forti, fanno sentire l’atmosfera del carcere. Attualizzano una tragedia in modo non banale, non fanno un documentario sul teatro in carcere e neppure l’ennesima rivisitazione “originale” di un testo di Shakespeare. Fanno sentire l’energia e la voglia di sentirsi vivi dei detenuti, che oltre tutto sono ottimi attori, su tutti Salvatore Striano (che, scontata la pena, ora recita di professione) che interpreta Bruto. Peccato però per l’ultima inquadratura, troppo didascalica, quando tutto è già stato detto, quasi a dover spiegare qualcosa allo spettatore pigro.
(Nicola Falcinella)